mercoledì 30 dicembre 2009
Rosita de pasión
domenica 22 novembre 2009
Il Vulps è morto. Viva il vulps
Come dimenticare in data 17 novembre 2009 alle ore 20.00 la comparsa della tua reincarnazione presso il Café Restaurant Le Monceau di Strasburgo. È stato per noi tutti come vederti per l'ultima volta, anche se il signore con gli occhiali da sole ci aveva detto che ti chiamassi Simba. Sì, un leone (simba vuol dire "leone" in swahili), un leone in un corpo di volpe, un esempio di coraggio e furbizia.
domenica 11 ottobre 2009
per una concezione olistica del cane

Un giorno l’uomo inventò il cane, il cane: un animale subalterno?
La storia del cane —probabilmente qualcuno l’avrà già scritta— ebbe inizio nel momento in cui l’uomo decise di includere tale essere nella sua vita. Fece ciò per diverse ragioni, prima tra tutte per sopprimere la deficienza umana della velocità nell’attaccare la preda nell’atto della caccia, ultima tra tutte per il bisogno di compagnia e di adornamento del salotto di casa, o della casa in generale, o del giardino. Queste due necessità, ancora oggi vive, dimostrano che, come il cane, anche l’uomo è un animale subalterno al cane, pur non essendone pienamente cosciente.
Un giorno il cane inventò l’uomo… e questa è una storia che, personalmente, non sono ancora in grado di raccontare.
Il cane, non essendo capace di scrivere la propria storia, di registrare a lungo termine la propria memoria, non può far altro che subordinarsi inconsapevolmente alla storia che qualcun altro pensa e scrive per lui. Poiché questi, il cane, non si preoccupa minimamente della sua figura nel tempo e nello spazio e probabilmente preferisce oziare al sole o seguire gli odori a lui più congeniali, senza sentire il bisogno di tracciare un percorso specifico. In questo caso, forse, non dimostra tanto la sua subalternità, quanto il proprio potere decisionale e la propria libertà incondizionata. Non tutti i cani però hanno per abitudine il poltrire al sole, o sono liberi di vagare seguendo odori accattivanti. I cani che si possono permettere queste libertà sono i cosiddetti randagi, spesso oggetto della sofferenza umana; si crede infatti che questi non abbiano di che vivere, si immagina di mettere loro un bel guinzaglio e portarli a casa, cosa che tuttavia comporta una serie di obblighi dell’uomo nei confronti del cane. Dunque anche l’uomo, nella sua magnificenza, si dimostra subalterno al cane: pur considerandosi un essere superiore, dovrà rispondere a degli impegni che, se violati, sfocerebbero in questioni moralmente inaccettabili.
Esistono diversi tipi di cani, così come esistono diversi tipi di uomini, non in senso discriminante, ovvio. Per i cani la questione della razza è ancora ammissibile: è comunemente accettata e riconosciuta. I tanti tipi di razze canine sono opera del genere umano, create per rispondere a esigenze diverse. Si noti ad esempio l’evoluzione del Bull Dog inglese, un tempo snello e agile, usato dalla polizia, e oggi ridotto a un essere quadrato con scarse possibilità motorie. Inizialmente, forse, questa sperimentazione e differenziazione, aveva come scopo quello di dotare il cane di certe caratteristiche che lo aiutassero a svolgere compiti specifici; oggi le esigenze sono molteplici e più inclini a una questione meramente estetica. Tuttavia lo scopo di questo scritto non è discorrere sulla storia del cane, che ha circa 15000 anni, ma solo introdurre il lettore a una visione più ampia di quest’essere.
Conclusa questa breve parte informativa, passerò a descrivere un processo circa l’osservazione del cane da parte dell’uomo, ovvio, perché uomini siamo, uomini nel senso di genere umano, uomini e donne, non dive. Tale osservazione si dimostra molto più produttiva se ha come oggetto il cane meticcio, che, per natura, presenta una serie di peculiarità, certe volte apparentemente discordanti tra loro; senza nulla togliere al cane di razza che merita lo stesso rispetto del meticcio, comunemente chiamato bastardo.
L’osservazione del cane è cosa semplice e si compone di tre fasi.
Per prima cosa è necessario osservare l’animale cercando di identificare certi suoi comportamenti con i propri. Questa fase la chiameremo processo di umanismo canico e serve a eguagliare la posizione del cane a quella dell'uomo. Tutto ciò può richiedere diverso tempo, ma dipende comunque dalla persona, poiché esiste chi, per natura, riesca a passare per le tre fasi con molta facilità. Dopo ciò dovrebbe risultare naturale all’osservatore che, nonostante questo procedimento umanizzante, è impossibile che il cane diventi un uomo o viceversa.
La seconda fase consisterà quindi nel creare una sorta di unione tra uomo e cane che potremmo chiamare panismo umano-canico: uomo e cane, due esseri pensanti in natura, intesa come spazio generico.
Ecco così che giungiamo alla terza e ultima fase (visione canica) quella che permette di avere l’illusione di una osservazione "pura" del cane e che esige un ulteriore sforzo da parte dell’uomo che, per necessità, dovrà abbandonare la sua posizione panica (2° fase) e regredire alla prima fase; l’uomo tornerà ad avere il pieno possesso della propria coscienza e potrà tuttavia osservare il cane in modo diverso, ricordando la percezione sensoriale avvenuta durante la seconda fase.
Grazie per l'attenzione.
venerdì 9 ottobre 2009
Guardo ma non tocco
sabato 3 ottobre 2009
martedì 29 settembre 2009
(Agli) Uomini e (alle) Donne

le foglie cadono, si rinfresca l'aria,
si sbianca la pelle, le giornate si accorciano
è autunno
Uomini e Donne!:
riempiremo di immagini e parole i nostri primi pomeriggi
lampade accese e riflettori spenti, forse
andrò a fare una passeggiata
la pelle abbronzata e il naso bruciato, forse
andrò in vacanza al mare
lunedì 21 settembre 2009
L'ennesima lamentela
domenica 13 settembre 2009
Amparo
Amparo, ¿Que me has dao?Yo, nadaAmparo, estoy enamorado de usted.¿Sii?, ¿usted de mi?Po zi.Un petío, por favor.Me has embrujao¿yo a ti?¿Que me has dao?No ta dao nadaAmparoPo zi.
domenica 6 settembre 2009
giovedì 13 agosto 2009
Livre d'or
- For ever and ever, together and tocare los collonis. Viva la Toscana!!!!!!!
David y Claus
- Ils
sont mis longtemps à faire l'arbre en or avec le pellican 120 ans :O et c'est beau et c'est grand 2m90
Zoé
martedì 28 luglio 2009
2008
mercoledì 15 luglio 2009
martedì 7 luglio 2009
Abbiamo troppe cose insieme
domenica 14 giugno 2009
Ho riso al parco.
L'une d'elles refusa avec mille grâces, expliquant copieusement en confidence, aux autres dames, bien intéressées, que son médecin lui interdisait toutes sucreries désormais, et qu'il était merveilleux son médecin, et qu'il avait déjà fait des miracles dans les constipations en ville et ailleurs, et qu'entre autres, il était en train de la guérir elle, d'une rétention de caca dont elle souffrait depuis plus de dix années, grâce à un régime tout à fait spécial, grâce aussi à un merveilleux médicament de lui seul connu. Les dames n'entendirent point être surpassées aussi aisément dans les choses de la constipation. Elles en souffraient mieux que personne de constipation. Elles se rebiffaient. Il leur fallait des preuves. La dame mise en doute, ajouta seulement, qu'elle faisait à present "des vents en allant à la selle, que c'était comme un vrai feu d'artifice... Qu'à cause de ses nouvelles selles, toutes très formées, très résistantes, il lui fallait redoubler de précautions... Parfois elles étaient si dures les nouvelles selles merveilleuses, qu'elle en éprouvait un mal affreux au fondement... Des déchirements... Elle était obligée de se mettre de la vaseline alors avant d'aller aux cabinets". C'était pas réfutable.
L. -F. Céline, Voyage au bout de la nuitChe più o meno sarebbe:
Una di esse rifiutò con mille smancerie, spiegando molto confidenzialmente, alle altre signore, interessatissime, che il suo medico le proibiva ormai qualsiasi dolciume, e che era meraviglioso il suo medico, e che aveva già fatto miracoli in fatto di stitichezza in città e altrove, e che con altri, lui la stava guarendo lei, da una ritenzione di cacca di cui soffriva da più di dieci anni, grazie ad una dieta particolarissima, grazie anche ad un meraviglioso medicinale da lui solo conosciuto. Le signore non vollero affatto essere superate con tanta facilità in materia di stitichezza. Loro soffrivano di stitichezza meglio di chiunque altro. Si stavano opponendo. C'era bisogno di prove. La signora messa in discussione aggiunse soltanto che faceva adesso "dei peti quando andava di corpo che sembravano fuochi d'artificio... Che a causa delle sue nuove feci, tutte ben modellate e resistentissime doveva raddoppiare le precauzioni.... Talvolta erano così dure le meravigliose nuove feci, che provava un male terribile all'ano... Lacerazioni... Era costretta a mettersi della vasellina allora prima di andare al gabinetto". Inconfutabile.
lunedì 8 giugno 2009
PreferenZe
venerdì 5 giugno 2009
lunedì 25 maggio 2009
Anticonformismo e Digestione
(M.M)
sabato 16 maggio 2009
Riflessione sul ricordo
Il procedimento risente della finalità. Capaci di vedere il futuro, guardiamo con timore al passato poiché in esso vediamo il monito di quello che è stato, e non sarà più; e odiamo gli altri, i quali, non essendosi fermati nei migliori momenti della nostra vita che è stata, ci ricordano che questi non torneranno più. Grande invenzione, dunque, quella che ci permette di salvare in una immagine un momento, o un oggetto, che, fattosi forme e colori convenzionali, diventa rappresentazione del ricordo, presente oggi solo nella verità del pensiero ma non più in quella della materialità; da qui, la grandezza supposta della fotografia, in questa funzione di ricordo materialmente presente oggi al di fuori del nostro pensiero. Ma quanto misera questa grandezza, se fosse così ristretto il suo ventaglio di possibilità.

E nemmeno lo farebbe per rappresentare il mondo materiale. Che senso ha ricopiare, al pari di un quadro ben fatto, l’istantaneo di un momento del mondo materiale? Anzi, su di una tela noi vediamo un qualcosa di diverso, rispetto all’istantaneo; noi vediamo accettate o discusse le convenzioni dell’osservazione, la spiegazione delle regole che l’occhio dovrà seguire perché nella mente si formi un referente dell’espresso, o le forzature di quelle. Ma ancora: se dovessimo dar retta a chi dice che la fotografia è la rappresentazione del reale così come è, cadremo già nell’errore di ritenere quella che è una rappresentazione fedele della percezione la realtà materiale, mentre la fotografia resta un insieme ordinabile di forme e colori, e non è se non un oggetto terzo.
Diranno ora: ma anche il fotografo più puro, se pure non cerca di ritoccare artificialmente i propri scatti, rappresenta la realtà così come lui la vede in un certo luogo e tempo. Ma dove, allora, l’interesse nel fingersi un altro per vedere una cosa che a questi piacque? E non sarebbe, forse, una comunicazione lineare, non complessa e quindi non artistica, in senso generale? Non è capace di stimolo artistico ciò che non è minimamente ambiguo; non lo è un messaggio decodificabile in maniera logicamente univoca, non lo è la comunicazione, così come non è una poesia un giornale in una edicola.
E quindi, un intervento sull’immagine è necessario. E il primo, che non ricorre a strumenti, ed è il più basilare, è la prospettiva, che non si trova se non nella mente dell’uomo come regola, prima che nell’oggetto fotografia. Poi i colori, la loro disposizione forzata o scelta, ma sempre calcolata, anche nello scartare o valorizzare uno scatto. Infine, bastando questi due elementi, la soggettività del fotografo nel procedimento sarà talmente marcante che nulla più di effettivamente reale – o piuttosto materiale terzo - apparirà nell’oggetto finale.
Questo resti come scontato; perché il punto è poi un altro, cioè se sia o non sial’arte della fotografia quella che, elaborando il reale, giunge al pensato inesistente nella materialità. E lo è, esclusivamente.
domenica 10 maggio 2009
sabato 25 aprile 2009
Vi garba?
giovedì 16 aprile 2009
D'in su la vetta della torre antica
domenica 5 aprile 2009
Lézardes
nell'apparenza e nel reale, nel regno fisico e in quello astrale, tutto si dissolverà...
venerdì 27 marzo 2009
Hip hip
Si vous ne trouvez plus rien, cherchez autre chose.
giovedì 5 marzo 2009
Omaggio alla Partenza
Stanotte sarò di ritorno
Amore aspetta,
prova a passare dalla porta che non c'è.
M. M.
martedì 24 febbraio 2009
Civilisation
sabato 7 febbraio 2009
domenica 1 febbraio 2009
AttendeZ encore un peu.
sabato 31 gennaio 2009
(Ding!)
giovedì 29 gennaio 2009
Omaggio al Ding (nel silenzio)
Lettura silenziosa di testi molto —o poco— letti, quotidiani, romanzi, poesie, fotocopie, quaderni di appunti, fogli sparsi.
Migliaia di penne, lapis, matite e parole.
Computer portatili connessi su messenger, motori di ricerca, pagine di posta elettronica, youtube, facebook e la faccia di Rousseau su wikipedia.
Mani che scrivono.
Vedi teste chine o occhi curiosi e pensatori. Senti bisbigli di voci, qualcuno sorride e si guarda protetto da una parsimoniosa volontà di nascondere una complicità che non ha bisogno di vergogna. Senti sghignazzi maliziosi.
Facce interessate, occhi che decifrano lettere, parole, frasi: concetti da memorizzare, forse. Occhi stanchi dietro lenti sporche; qualcuno guarda il grande orologio appeso alla parete, uno invece cammina leggiadro per il corridoio con i libri in mano in cerca di un posto.
I rumori di sottofondo accompagnano la lettura: una porta che si chiude, schiamazzi lontani che rompono la noia, mani che sfogliano libri. Un lieve soffio di vento solleva il mio foglio scritto solo per metà: il mio vicino ha cambiato pagina. Il rumore del cellulare che vibra sul tavolo simula il rumore proibito di un peto, se arriva uno squillo o un messaggio. Altrimenti si sentirà un “pronto” al di là della porta a vetri che separa il silenzio dalla vita.
La pazza che riflette a voce alta, con quei capelli incredibilmente sporchi appiccicati alla cute. Il pazzo pavido che affondato nel suo enorme piumino vaga in cerca di un gran bel libro di parole da leggere.
La distratta diversità della solitudine di un luogo silenzioso per obbligo; un posto in cui sembrerebbe tutto calmo, ma che nella sua quiete apparente dimostra con estrema freddezza che silenzio e normalità non sono altro che le scontate illusioni di quei poveretti che, irritati, continuano a sbuffare un nervoso: “sc!”
M.M.
martedì 27 gennaio 2009
Caso_
Con questa idea sono tornato a casa, dopo aver visto per (quello che uno chiamerebbe, non essendolo) un puro caso un’esposizione temporanea al Centro Culturale di Belém. Avevo giurato che il Centre Pompidou sarebbe stato il mio ultimo museo, la collezione definitiva; alcuni, saputo del giuramento, mi hanno accusato di non essere abbastanza risoluto quando ho accettato di fare due passi al Museo di Arte Antica per vedere come i diavoli tentavano Sant’Antonio (l’altro). Colpito dai sensi di colpa e perché volevo dimostrare che sono capace di starmene almeno un mese saldo nelle mie risoluzioni, ho cercato un’alternativa a quelle stanze buie dove trasudano noie post-rinascimentali e, a dirla tutta, pure tanta incapacità. Non sono riuscito a rifiutare la gita nei sarcofagi dell’arte, ma il giorno dopo, preso spunto da quelle alternative non considerate, sono andato a vedere l’esposizione della collezione fotografica del BES (una banca, mecenate immateriale); niente di che, nulla che non si fosse già visto ma molte cose che fa sempre bene rivedere. Accanto, zitta zitta, la vera esposizione che mai avrei visitato – se non per una casualità.
Opere di gente molto divertente che avrebbero risolto diverse serate, tra cui spicca un’artista, Vieira da Silva. Hanno già scritto e detto molte cose sulla persona, e sull’opera. Io non lo sapevo, non la conoscevo (ma se è vero che non voglio neanche sapere se sia esistito un uomo prima di me, varrà pure per le donne).
Mi ha commosso il disperato tentativo, a tratti limpidamente riuscito, di dare un sentimento alla prospettiva. Non di avere una prospettiva dal sentimento; non si parla di punti di vista. Quello che lei ricerca nell’opera è proprio il significato artistico della prospettiva, senza alcun tipo di formalismi dell’organizzazione dello spazio. Prova a dare un valore artistico alle relazioni mere, utilizzando lo spazio della tela come vera finestra sull’io che interpreta soggettivamente la materia e lo spazio; e mentre rappresenta la relazione artistica, la crea. Gli schizzi, gli studi preparatori sono esemplari ed elucidanti.
Un’altra cosa va notata: la raffigurazione della massa. Della folla, si intende; una sineddoche non banale (perché l’uno della moltitudine di per se lo è divenuto) nella quale lo studio del sentimento della prospettiva cede il posto alla rappresentazione della coscienza. Come è stato scritto da altri, la coscienza è la dimenticanza tanto come il ricordo è memoria. La prima lavora per cercare di cancellare tutto ciò che ci può sorprendere, e questo, senza essere minimamente negativo (sempre che abbiate anche voi una morale provvisoria), si risolve nell’unità della folla di Vieira da Silva, un insieme che vive e muore assieme nella Rivoluzione Francese così come nella Guerra Mondiale. Per questo la città contemporanea non è il mostro agglomerante che spesso si pensa, ma è una comunità accogliente - per chi voglia delegarsi.
Questa riflessione mi si è presentata dopo che, per caso, ho letto Benjamin.
lunedì 26 gennaio 2009
Olhar
Parece quase que quis esquecer das palavras, das imagens, do espelho que olhava p’ra si como se fosse outra pessoa.
Às vezes é preciso não pensar, pensava. Ao mesmo tempo pensava contradizendo o em que acreditava. Outras vezes é preciso dizer disparates até a boca se secar por necesidade de vinho ou de outra coisa qualquer. Beber tudo o que há, -se for vinho é melhor!- gritava.
Gritava no pensamento, graças à sua cabeça cheia de bichos podres. Era o que ele pensava de si, do que há entre a intrioridade mais próxima ao corpo. Para não pensar é preciso viver nesse limbo e lutar contra as vozes más que são, deveras, as borboletas da cabeça.
A sala estava cheia e ele olhava para si mesmo. As vozes eram cantos singelos de sonhos irrealizados. O seu sonho, naquele momento, era o de ganhar o Euromilhoes. Era o que queria mais na vida. Sonhos pequeninos para homens que sonham só com o dinheiro. Dinheiro e riquezas e um lugar no mundo onde não é preciso trabalhar. Oxalá se também fosse com gajas a servir refrigerantes…que bom, meu!
Ninguém sabe para quem trabalha.
Que bom se a vida fosse só flores e ondas no mar, se fosse só cús e mamas jovens.
A pega, minha vizinha, robou-me todo o dinhero,ou foi eu que lho ofreci com muita vontade?
Ela pensou que mo tinha roubado porque lhe dei mais do que é costume e isso aconteceu porque naquele dia estava particolarmente apaixonado pelas suas formas que já sabiam de velhice.
Gostava de corpos velhos e cansados por causa de trabalhos que nunca foram fadigas e que são das mais antiguas manções que a mulher cumpriu na vida.
Vender o corpo é normal, é costume, é uma das coisas mais lindas, as vezes paixonal, outras assim mais indiferentes, outras nojentas que até vomitam sozinhas, outras que nem parece verdade. A cama é o espelho do irrealizável, a união é disjunção de corpos;
é por causa disso que as pessoas odeiam-se, porque não conhecem as camas do mundo. A almofada é que conta?
E ele continuava a ficar sentado.
M.M.
Nas.O2
giovedì 22 gennaio 2009
Il mondo va avanti

Ho un cerchio alla testa, stasera.

Ma perchè, poi? Per una ragione molto semplice: siamo stanchi di tanto rumore, di tanta gente che parla a voce alta. Noi siamo sicuri che quello che diremo non passa attraverso l'intensità della voce, ma scorre fluidamente tra le pieghe dei discorsi che facciamo. Per esempio quest'ultimo discorso, chi lo deve capire l'ha capito; ma forse l'ha capito male anche chi non lo doveva capire. Quando mi metterò di nuovo quella sua polvere nera, se non l'avesse ancora capito?
Noi di solito siamo gente che è per la chiarezza - nessun conflitto di interessi con la mia co-bloggher, io lo ero anche prima di conoscerla - attraverso un modo di esprimerci rigoroso quale è il nostro.
Ci piace proprio prenderci in giro, anche perchè voi sarete convinti che parliamo di noi e invece ci facciamo grasse risate su di voi così come passate nei nostri sogni - ma con molto rispetto per ciascuna individualità vera, e sempre seguendo una filosofia che altri ben più noti hanno sviluppato.
Ho giocato bene a carte, con una posta più bassa di quanto meritasse l'azzardo.
(No, no: niente di così ermetico, almeno non continuamente e sempre ben mescolato con le carte, vorrei dire le frasi, più facilmente spendibili.)
ma proprio bassa, eh
Mi spiego: io ho sempre avuto una certa paura del linguaggio. E l'ho detto anche da altre parti, senza contare le lezioni che tengo quasi ogni sera alla nobilissima Associazione di Pazzi e Sognatori, in una delle traverse di Rua da Rosa. Ma lì dico anche che, come con il Diavolo (o con Dio), alla fine tocca farci i conti per forza, siamo fatti così, mesmo, e allora tanto vale prenderlo in giro, questo diavolo di linguaggio. Se poi ci scappa il morto (fuori dalla metafora delle carte, e al di là dell'omicidio sacrificale/virtuale che ho commesso stasera), è un rischio che dobbiamo correre. C'è gente che si offende a chiamarla per nome.
Ma per favore, vogliateci bene lo stesso, e, vivaiddio, ricordateci come santi bevitori.
martedì 20 gennaio 2009
Un futuro da tagliatori di cipolle.
Un monde qui s'étend entre la solitude et les oignons.