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domenica 28 novembre 2010

Le coq sportif

Anzi no, mi pento di scriver cazzate, bottega non si chiude.
Racconto di stasera che c'era la cena della frazione nell'area al chiuso che il Comune ha disposto all'interno dei giardinetti pubblici (e siamo in campagna. Ma cosa vuoi! Ci sentiamo cittadini).
Bene, aaahh. L'atmosfera ruspante: non si dice niente eppure sei completamente te stesso
Non mi divertivo così dalla vendemmia in Portogallo, pensare che non volevo andarci
Beh e che c'era... cinghiale... polenta... vino... dolci... vecchini

Poi s'è giocato al Mercante in fiera e anche lì non mi sono di certo fatta mettere i piedi in testa, mi piace vincere facile Bonci bonci bo bo bon, dopo aver speso 25 euro e 50 in aste ho vinto un salame.
Ma al secondo giro come primo premio c'era un cappone.

Un cappone VIVO

Cappone vivo
E non me l'aspettavo
L'hanno estratto dalla scatola come coniglio dal cilindro: pur egli era bianco in effetti.
Non ha pigolato, ha comunque mantenuto un atteggiamento dignitoso mentre faceva frizzare la paglia dalle ali. Gli ho voluto bene. Menomale che non l'ho vinto, me lo sarei messo in camera, rendendola in stile un po' anteguerra. Sarebbe vissuto ma poi qui non ci sto mai chissà chi gli avrebbe dato da mangiare. Sarebbe morto di stenti.

domenica 26 settembre 2010

Gli amici dei miei: puntata sull'avarizia.

Gli amici dei miei
Vengono al museo con i cugini di Como
Vogliono la visita guidata
E lo sconto
Perché sono amici dei miei.
Gliel'ho spiegato cento volte
Che non sono una guida
Sono una bigliettaja
Non ci credono
Perché la guida fa più fico.
Gli amici dei miei credono di trovare in me un'alleata
Illustrando le bellezze del posto alla famiglia
Invece li tratto come comuni mortali:
Ci rimangon male.
Quello che ancora non hanno capito
È che i loro sguardi in cerca di indulgenza non mi fan pietà
E che sono amici dei miei
Non i miei.

giovedì 16 settembre 2010

Nella casa di Tom Bombadil

"Buon giorno, gioiosi amici!", esclamò Tom, spalancando la finestra a oriente. L'aria che inondò la stanza era fresca e odorava di pioggia. "Credo proprio che il sole non si farà vivo, oggi. Ho passeggiato a lungo, saltellando sin dall'alba grigia sulle sommità delle colline, annusando l'aria e il vento, e l'erba era umida sotto i miei piedi, umido il cielo sulla mia testa. Ho svegliato Baccador cantando sotto la sua finestra, ma non c'è niente che riesca a destare gli Hobbit la mattina presto. Di notte sussultano nel buio e si addormentano quando ormai è arrivata la luce! Suona un ding dillo! Svegliatevi ora, miei allegri amici! Dimenticate i rumori notturni! Suona un ding dillo del! Dillo del, miei cari! Se vi affrettate troverete la colazione che vi attende sulla tavola. Ma se arrivate tardi, avrete solo erba e pioggia!"

J.R.R. Tolkien

Anch'io voglio parlare come Tom Bombadil. 
Ma che dico! Già lo faccio. 
Ding dillo del, miei cari!

Ma anche:

"Ehi dol! Bel dol! Suona un dong dillo!
Suona un dong! Salta ancor! Salice bal billo!
Tom Bom, bel Tom, Tom Bombadillo!"
Evidentemente il povero Tom Bombadil era un personaggio troppo imbarazzante per la versione cinematografica da colossal, ed è stato impietosamente depennato.
Invece devo dire che io lo stimo moltissimo.

sabato 14 agosto 2010

BAU BAU: BAUDELAIRE-BAUSTELLE

Serpins, Portugal, 11 Agosto 2010

Note sparse sulla musica cantautoriale italiana.
Germano dei Prati



172. Baudelaire è una canzone dei Baustelle che tratta del tema della morte, e della vita che vede la morte, e della morte nella vita e la vita nella morte. E dell’arte, soprattutto, della poesia e ancora una volta della morte come sacrificio artistico, l’atto estremo attraverso il quale si cerca di attingere l’arte pura non riuscendo più a dare un senso all’arte e alla vita, ovvero all’arte nella vita e alla vita nell’arte.

mercoledì 28 luglio 2010

Lettera ad Hans Arp

In attesa della revisione della traduzione completa delle tre novelle esemplari di cui parla Huidobro in questa lettera ad Hans Arp, pare giusto pubblicare la lettera medesima. I due amici scrissero le opere in collaborazione; in esse si respira il cubismo un po' stantio, il surrealismo già abusato e anche un po' di Dada - datato. Ma meritano di essere lette lo stesso.

giovedì 15 aprile 2010

REQUIEM POR UM CÃO (Requiem per un cane)

REQUIEM POR UM CÃO
(Ruy Belo, Transporte no tempo, 1973)

Cão que matinalmente farejavas a calçada
As ervas os calhaus os seixos e os paralelipípedos
Os restos de comida os restos de manhã
A chuva antes caída e convertida numa como que auréola da terra
Cão que isso farejavas cão que nada disso já farejas 

Foi um segundo súbito e ficaste ensanduichado 


Esborrachado comprimido e reduzido
Debaixo do rodado imperturbável do pesado camião
Que tinhas que não tens diz-mo ou ladra-mo
Ou utiliza então qualquer moderno meio de comunicação
Diz-me lá cão que faísca fugiu do teu olhar
Que falta nesse corpo afinal o mesmo corpo 

Só que embalado ou liofilizado?
Eras vivo e morreste nada mais teus donos
Se é que os tinhas sempre que de ti falavam 

Falavam no presente falam no passado agora 

Mudou alguma coisa de um momento para o outro
Coisa sem importância de maior para quem passa
Indiferente até ao halo da manhã de pensamento posto 

Em coisas práticas em coisas próximas
Cão que morreste tão caninamente
Cão que morreste e me fazes pensar parar até 


Que o polícia me diz que siga em frente 

Que se passou então?

Um simples cão que era e já não é

mercoledì 14 aprile 2010

I Passi Perduti - Relazione di un congresso - Parte IV

§4. È attualmente di dominio pubblico il fatto che i poteri dei ciechi eminenti provochino un grande disagio negli eretici e negli apolidi della Cultura. Questa la ragione della pietà universale, la ragione del turbamento, del timore e della cattiva considerazione con cui la generalità dei mortali li vede ascendere agli scranni della Saggezza. Questa la ragione, infine, del dispetto e delle ingiurie che gli proferiscono i sovversivi della Scuola e della Regola, molte volte in espressioni pubbliche e violente come quelle che usò un tale Ernesto Sabato, argentino e panflettario maledetto. Trascrivo: «La mia conclusione è ovvia: Continua a dominare il Principe delle Tenebre. E questo dominio si compie attraverso la Sacra Setta dei Ciechi.»

martedì 24 febbraio 2009

Civilisation

Nonostante il poco piacere che abbiamo nel proporre, in guisa di spiegazione, delle metafore, la civilizzazione può essere paragonata senza troppa inesattezza al sottile strato verdastro - magma vivo e detriti vari - che si forma sulla superficie delle acque ferme e si solidifica talvolta in crosta, finché un sommovimento non venga a sconvolgere tutto. Tutte le nostre abitudini morali e le nostre pratiche di buona educazione, tutto questo manto di colore fresco che vela la crudeltà dei nostri istinti pericolosi, tutte queste belle forme di cultura di cui andiamo tanto fieri - poiché è grazie ad esse che possiamo dirci "civilizzati" - sono pronte a svanire al minimo turbine, a rompersi al minimo urto (come lo specchio tenuto da un'unghia il cui smalto si stacca o si scalfisce), lasciando apparire negli interstizi lo spaventoso stato selvaggio, rivelato dalle crepe, come dovrebbe essere l'inferno nei terremoti, quando quelle rivoluzioni d'ordine cosmico fanno scoppiare la fragile pellicola della periferia terrestre e denudano momentaneamente il fuoco centrale, il cui ardore cattivo e violento mantiene allo stato liquido persino le pietre. Non passa giorno in cui non rileviamo qualche segno premonitore di una simile catastrofe, di modo che possiamo veramente dire non di danzare o di restare in piedi su un vulcano, ma che tutta la nostra vita, perfino la nostra respirazione sia legata alla lava, ai crateri, ai geyser ed a tutto ciò che si avvicina ai vulcani, e che di conseguenza essa deve essere capace, appena le si accosta uno specchio abbastanza spesso e dalla superficie sufficientemente sensibile, di tracciarvi delle grandi linee dai colori solforosi.
Un'unghia femminile rossa ed appuntita come una zanna di rubini (ci si stupisce che il sangue sia rimasto in mezzo e non sulla punta) unita alle ferite delle pietre preziose tagliate per mezzo di utensili acuti e duri che scalfiscono il minerale e lo riducono ad una costellazione di angoli a loro volta micidiali, un atteggiamento che improvvisamente si lascia andare, un gesto fugace commovente come la vela che d'un tratto si gonfia su un mare che comincia a schiumare, ecco dei segni preziosi che ci fanno capire meglio a che punto ci avviciniamo ai selvaggi, i nostri ornamenti vari di drappi e tessuti scuri o accesi non sono per niente diversi dai costumi fatti di pelli e di piume, dove sottostanno tatuaggi che disegnano misteriose avventure sui corpi, come la scrittura degli astri che che dà il pronostico aereo degli avvenimenti umani...
Siamo stanchi degli spettacoli eccessivamente insulsi e che non portano a nessuna insurrezione, in potenza o in atto, contro la divina "buona educazione", quella delle arti che chiamiamo "gusto", quella del cervello che nominiamo "intelligenza", quella della vita che designamo con la parola dall'odore polveroso di vecchio fondo di cassetto: "morale". Ci sbaglieremmo qualificandoci come uomini vissuti, ma il fatto è che ne abbiamo abbastanza di questi intrighi sempre uguali, presi in prestito dal nostro modo di vivere, ogni giorno più screditato, e che non ci basta agire in un modo equivalente a quello, per esempio, di quei selvaggi che pensano che il miglior utilizzo possibile di un palo telegrafico sia di trasformarlo in freccia avvelenata (poiché non è forse pressappoco ciò che facciamo noi quando facciamo diventare una maschera o una statua costruita con degli scopi rituali precisi e complicati un volgare oggetto d'arte - ingiuria infinitamente più sanguinosa che quella fatta alle invenzioni europee dai già citati selvaggi, perché essa si attacca ad una mistica fatale e grave, e non a questa telegrafia, frutto di una scienza che non disprezzeremo mai abbastanza?) Siamo sazi di tutto ciò, ecco perché ci piacerebbe tanto avvicinarci in maniera più completa alla nostra ancestralità selvaggia, ed apprezziamo quasi soltanto ciò che annienta in un solo colpo la successione dei secoli e ci pone, del tutto nudi e spogliati, davanti ad un mondo più vicino e più nuovo. […]

M. Leiris, Civilisation, in Dictionnaire Critique, "Documents", 1929