venerdì 27 marzo 2009

Hip hip

Un hurrah! per chi torna
E un hurrah per chi parte e si ricorda.

Dare le spalle significa guardare qualcos'altro.

Si vous ne trouvez plus rien, cherchez autre chose.

giovedì 5 marzo 2009

Omaggio alla Partenza

Stasera vado via,
Stanotte sarò di ritorno
Amore aspetta,

prova a passare dalla porta che non c'è.

M. M.

martedì 24 febbraio 2009

Civilisation

Nonostante il poco piacere che abbiamo nel proporre, in guisa di spiegazione, delle metafore, la civilizzazione può essere paragonata senza troppa inesattezza al sottile strato verdastro - magma vivo e detriti vari - che si forma sulla superficie delle acque ferme e si solidifica talvolta in crosta, finché un sommovimento non venga a sconvolgere tutto. Tutte le nostre abitudini morali e le nostre pratiche di buona educazione, tutto questo manto di colore fresco che vela la crudeltà dei nostri istinti pericolosi, tutte queste belle forme di cultura di cui andiamo tanto fieri - poiché è grazie ad esse che possiamo dirci "civilizzati" - sono pronte a svanire al minimo turbine, a rompersi al minimo urto (come lo specchio tenuto da un'unghia il cui smalto si stacca o si scalfisce), lasciando apparire negli interstizi lo spaventoso stato selvaggio, rivelato dalle crepe, come dovrebbe essere l'inferno nei terremoti, quando quelle rivoluzioni d'ordine cosmico fanno scoppiare la fragile pellicola della periferia terrestre e denudano momentaneamente il fuoco centrale, il cui ardore cattivo e violento mantiene allo stato liquido persino le pietre. Non passa giorno in cui non rileviamo qualche segno premonitore di una simile catastrofe, di modo che possiamo veramente dire non di danzare o di restare in piedi su un vulcano, ma che tutta la nostra vita, perfino la nostra respirazione sia legata alla lava, ai crateri, ai geyser ed a tutto ciò che si avvicina ai vulcani, e che di conseguenza essa deve essere capace, appena le si accosta uno specchio abbastanza spesso e dalla superficie sufficientemente sensibile, di tracciarvi delle grandi linee dai colori solforosi.
Un'unghia femminile rossa ed appuntita come una zanna di rubini (ci si stupisce che il sangue sia rimasto in mezzo e non sulla punta) unita alle ferite delle pietre preziose tagliate per mezzo di utensili acuti e duri che scalfiscono il minerale e lo riducono ad una costellazione di angoli a loro volta micidiali, un atteggiamento che improvvisamente si lascia andare, un gesto fugace commovente come la vela che d'un tratto si gonfia su un mare che comincia a schiumare, ecco dei segni preziosi che ci fanno capire meglio a che punto ci avviciniamo ai selvaggi, i nostri ornamenti vari di drappi e tessuti scuri o accesi non sono per niente diversi dai costumi fatti di pelli e di piume, dove sottostanno tatuaggi che disegnano misteriose avventure sui corpi, come la scrittura degli astri che che dà il pronostico aereo degli avvenimenti umani...
Siamo stanchi degli spettacoli eccessivamente insulsi e che non portano a nessuna insurrezione, in potenza o in atto, contro la divina "buona educazione", quella delle arti che chiamiamo "gusto", quella del cervello che nominiamo "intelligenza", quella della vita che designamo con la parola dall'odore polveroso di vecchio fondo di cassetto: "morale". Ci sbaglieremmo qualificandoci come uomini vissuti, ma il fatto è che ne abbiamo abbastanza di questi intrighi sempre uguali, presi in prestito dal nostro modo di vivere, ogni giorno più screditato, e che non ci basta agire in un modo equivalente a quello, per esempio, di quei selvaggi che pensano che il miglior utilizzo possibile di un palo telegrafico sia di trasformarlo in freccia avvelenata (poiché non è forse pressappoco ciò che facciamo noi quando facciamo diventare una maschera o una statua costruita con degli scopi rituali precisi e complicati un volgare oggetto d'arte - ingiuria infinitamente più sanguinosa che quella fatta alle invenzioni europee dai già citati selvaggi, perché essa si attacca ad una mistica fatale e grave, e non a questa telegrafia, frutto di una scienza che non disprezzeremo mai abbastanza?) Siamo sazi di tutto ciò, ecco perché ci piacerebbe tanto avvicinarci in maniera più completa alla nostra ancestralità selvaggia, ed apprezziamo quasi soltanto ciò che annienta in un solo colpo la successione dei secoli e ci pone, del tutto nudi e spogliati, davanti ad un mondo più vicino e più nuovo. […]

M. Leiris, Civilisation, in Dictionnaire Critique, "Documents", 1929 

domenica 1 febbraio 2009

AttendeZ encore un peu.

...e quando sarà pronto...entrerà fragoroso...ma per adesso, i lavori in corso mi garbano, esciopiacere.

sabato 31 gennaio 2009

(Ding!)



La costante visione del mondo
rende apparentemente insensibili le anime sensibili
Anime: non altro che
nasi che odorano
occhi che osservano
mani che toccano
cani che camminano: i cani camminano
i piccioni cagano
la bocca:
La costante visione del mondo

giovedì 29 gennaio 2009

Omaggio al Ding (nel silenzio)

Un insieme di solitudini: la sala di una biblioteca.
Lettura silenziosa di testi molto —o poco— letti, quotidiani, romanzi, poesie, fotocopie, quaderni di appunti, fogli sparsi.
Migliaia di penne, lapis, matite e parole.
Computer portatili connessi su messenger, motori di ricerca, pagine di posta elettronica, youtube, facebook e la faccia di Rousseau su wikipedia.
Mani che scrivono.
Vedi teste chine o occhi curiosi e pensatori. Senti bisbigli di voci, qualcuno sorride e si guarda protetto da una parsimoniosa volontà di nascondere una complicità che non ha bisogno di vergogna. Senti sghignazzi maliziosi.
Facce interessate, occhi che decifrano lettere, parole, frasi: concetti da memorizzare, forse. Occhi stanchi dietro lenti sporche; qualcuno guarda il grande orologio appeso alla parete, uno invece cammina leggiadro per il corridoio con i libri in mano in cerca di un posto.
I rumori di sottofondo accompagnano la lettura: una porta che si chiude, schiamazzi lontani che rompono la noia, mani che sfogliano libri. Un lieve soffio di vento solleva il mio foglio scritto solo per metà: il mio vicino ha cambiato pagina. Il rumore del cellulare che vibra sul tavolo simula il rumore proibito di un peto, se arriva uno squillo o un messaggio. Altrimenti si sentirà un “pronto” al di là della porta a vetri che separa il silenzio dalla vita.
La pazza che riflette a voce alta, con quei capelli incredibilmente sporchi appiccicati alla cute. Il pazzo pavido che affondato nel suo enorme piumino vaga in cerca di un gran bel libro di parole da leggere.
La distratta diversità della solitudine di un luogo silenzioso per obbligo; un posto in cui sembrerebbe tutto calmo, ma che nella sua quiete apparente dimostra con estrema freddezza che silenzio e normalità non sono altro che le scontate illusioni di quei poveretti che, irritati, continuano a sbuffare un nervoso: “sc!”

M.M.

martedì 27 gennaio 2009

Caso_

Non ho mai creduto davvero che esistesse il caso. Penso di aver riflettuto molto su come gli eventi si susseguano in maniera tale che tutto ciò che è accaduto è stato solo per portarmi a vivere questo momento.

Con questa idea sono tornato a casa, dopo aver visto per (quello che uno chiamerebbe, non essendolo) un puro caso un’esposizione temporanea al Centro Culturale di Belém. Avevo giurato che il Centre Pompidou sarebbe stato il mio ultimo museo, la collezione definitiva; alcuni, saputo del giuramento, mi hanno accusato di non essere abbastanza risoluto quando ho accettato di fare due passi al Museo di Arte Antica per vedere come i diavoli tentavano Sant’Antonio (l’altro). Colpito dai sensi di colpa e perché volevo dimostrare che sono capace di starmene almeno un mese saldo nelle mie risoluzioni, ho cercato un’alternativa a quelle stanze buie dove trasudano noie post-rinascimentali e, a dirla tutta, pure tanta incapacità. Non sono riuscito a rifiutare la gita nei sarcofagi dell’arte, ma il giorno dopo, preso spunto da quelle alternative non considerate, sono andato a vedere l’esposizione della collezione fotografica del BES (una banca, mecenate immateriale); niente di che, nulla che non si fosse già visto ma molte cose che fa sempre bene rivedere. Accanto, zitta zitta, la vera esposizione che mai avrei visitato – se non per una casualità.


Opere di gente molto divertente che avrebbero risolto diverse serate, tra cui spicca un’artista, Vieira da Silva. Hanno già scritto e detto molte cose sulla persona, e sull’opera. Io non lo sapevo, non la conoscevo (ma se è vero che non voglio neanche sapere se sia esistito un uomo prima di me, varrà pure per le donne).


Mi ha commosso il disperato tentativo, a tratti limpidamente riuscito, di dare un sentimento alla prospettiva. Non di avere una prospettiva dal sentimento; non si parla di punti di vista. Quello che lei ricerca nell’opera è proprio il significato artistico della prospettiva, senza alcun tipo di formalismi dell’organizzazione dello spazio. Prova a dare un valore artistico alle relazioni mere, utilizzando lo spazio della tela come vera finestra sull’io che interpreta soggettivamente la materia e lo spazio; e mentre rappresenta la relazione artistica, la crea. Gli schizzi, gli studi preparatori sono esemplari ed elucidanti.


Un’altra cosa va notata: la raffigurazione della massa. Della folla, si intende; una sineddoche non banale (perché l’uno della moltitudine di per se lo è divenuto) nella quale lo studio del sentimento della prospettiva cede il posto alla rappresentazione della coscienza. Come è stato scritto da altri, la coscienza è la dimenticanza tanto come il ricordo è memoria. La prima lavora per cercare di cancellare tutto ciò che ci può sorprendere, e questo, senza essere minimamente negativo (sempre che abbiate anche voi una morale provvisoria), si risolve nell’unità della folla di Vieira da Silva, un insieme che vive e muore assieme nella Rivoluzione Francese così come nella Guerra Mondiale. Per questo la città contemporanea non è il mostro agglomerante che spesso si pensa, ma è una comunità accogliente - per chi voglia delegarsi.


Questa riflessione mi si è presentata dopo che, per caso, ho letto Benjamin.

lunedì 26 gennaio 2009

Olhar

Parece quase que quis esquecer das palavras, das imagens, do espelho que olhava p’ra si como se fosse outra pessoa.

Às vezes é preciso não pensar, pensava. Ao mesmo tempo pensava contradizendo o em que acreditava. Outras vezes é preciso dizer disparates até a boca se secar por necesidade de vinho ou de outra coisa qualquer. Beber tudo o que há, -se for vinho é melhor!- gritava.

Gritava no pensamento, graças à sua cabeça cheia de bichos podres. Era o que ele pensava de si, do que há entre a intrioridade mais próxima ao corpo. Para não pensar é preciso viver nesse limbo e lutar contra as vozes más que são, deveras, as borboletas da cabeça.

A sala estava cheia e ele olhava para si mesmo. As vozes eram cantos singelos de sonhos irrealizados. O seu sonho, naquele momento, era o de ganhar o Euromilhoes. Era o que queria mais na vida. Sonhos pequeninos para homens que sonham só com o dinheiro. Dinheiro e riquezas e um lugar no mundo onde não é preciso trabalhar. Oxalá se também fosse com gajas a servir refrigerantes…que bom, meu!

Ninguém sabe para quem trabalha.

Que bom se a vida fosse só flores e ondas no mar, se fosse só cús e mamas jovens.

A pega, minha vizinha, robou-me todo o dinhero,ou foi eu que lho ofreci com muita vontade?

Ela pensou que mo tinha roubado porque lhe dei mais do que é costume e isso aconteceu porque naquele dia estava particolarmente apaixonado pelas suas formas que já sabiam de velhice.

Gostava de corpos velhos e cansados por causa de trabalhos que nunca foram fadigas e que são das mais antiguas manções que a mulher cumpriu na vida.

Vender o corpo é normal, é costume, é uma das coisas mais lindas, as vezes paixonal, outras assim mais indiferentes, outras nojentas que até vomitam sozinhas, outras que nem parece verdade. A cama é o espelho do irrealizável, a união é disjunção de corpos;

é por causa disso que as pessoas odeiam-se, porque não conhecem as camas do mundo. A almofada é que conta?

E ele continuava a ficar sentado.



M.M.